Un’opera non si possiede. Non si spiega, non si decifra, non si consuma. Se la tratti così resta morta, un oggetto in più. Torna viva quando smetti di volerla capire e la lasci accadere in te. Un suono, da solo, non è ancora musica: lo diventa in te, nel momento in cui lo lasci diventare. La musica sei tu.
Per lasciarla accadere ci vogliono due sere, e un mese in mezzo — il tempo che serve all’opera per lavorarti dentro.
La prima sera incontri l’opera prima di sapere cosa sia. La ascolti una volta, al buio, senza nome. All’inizio perdi le tue certezze — non sai dove sei, e va bene: è la discesa. Poi lasci affiorare quello che affiora. Non cerchi un significato da appiccicare, perché chi ha fatto l’opera ci ha già messo tutto, distillato, e a te tocca riceverlo. Le immagini salgono da sole — il fiume, il buio, la corrente — non le imponi tu. Non capisci l’opera: ne vieni attraversato. Questo sguardo viene da Paolo Mottana.
La seconda sera è lo stesso brano, che ora porti in corpo da un mese. Non lo analizzi: non è una lezione. Segui come i suoni si tengono l’uno con l’altro — la tensione che sale, il punto oltre cui non può salire più, il ritorno che si misura tutto sull’inizio. E a un certo punto le mille cose diventano una sola: senti il brano come un uno, e senti che la fine era già nella prima nota. Non hai imparato qualcosa sul brano. Sei diventato capace di sentirlo. Questo sguardo viene da Sergiu Celibidache, e me l’ha trasmesso Raffaele Napoli — dieci anni al suo fianco.
Due sere, due sguardi, un gesto solo. Tutti e due tolgono all’arte la parte che si compra e si mette in mostra, e ti restituiscono quella viva. Tutti e due cominciano sciogliendo quello che credevi di sapere, e finiscono riportando il molteplice a uno. Uno passa per l’immagine che sale, l’altro per la relazione che si chiude: ma è la stessa discesa e lo stesso ritorno. La stessa cosa che in Africa sanno da sempre — si scende, si torna, e tutto torna.
Cominciamo dall’acqua — dai fiumi ai laghi al mare. Poi, a poco a poco, gli altri elementi.
Per chi vive l’arte come la cosa più vera che conosce, anche senza darle un nome spirituale. Non per chi cerca un metodo rapido o un attestato da appendere: qui non si aggiunge niente, si toglie quello che copre.