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L’arte che risveglia

un’opera, due sere: la stessa discesa, lo stesso ritorno

Volevo dirigere un’orchestra. Ma vengo dalla Valtrompia — ferro, officine, denaro — e per anni, senza accorgermene, l’arte l’ho collezionata invece di farla: dischi, spartiti, metodi. Poi la vita mi ha fatto scendere, e da lì risalire. In Africa ho trovato il contrario del collezionare: là non si va a un concerto, si suona e si danza insieme, e l’arte e lo spirito sono lo stesso gesto. È quello che riporto qui.

Il dipinto murale della Casa dell'Anima
Il grande mandala di Minerva, finitoIl disegno preparatorio sul muroLo schizzo delle divinità delle acqueIl murale finito, nello spazio della CasaLa fascia degli elementi, dipinta

Un’opera non si possiede. Non si spiega, non si decifra, non si consuma. Se la tratti così resta morta, un oggetto in più. Torna viva quando smetti di volerla capire e la lasci accadere in te. Un suono, da solo, non è ancora musica: lo diventa in te, nel momento in cui lo lasci diventare. La musica sei tu.

Per lasciarla accadere ci vogliono due sere, e un mese in mezzo — il tempo che serve all’opera per lavorarti dentro.

La prima sera incontri l’opera prima di sapere cosa sia. La ascolti una volta, al buio, senza nome. All’inizio perdi le tue certezze — non sai dove sei, e va bene: è la discesa. Poi lasci affiorare quello che affiora. Non cerchi un significato da appiccicare, perché chi ha fatto l’opera ci ha già messo tutto, distillato, e a te tocca riceverlo. Le immagini salgono da sole — il fiume, il buio, la corrente — non le imponi tu. Non capisci l’opera: ne vieni attraversato. Questo sguardo viene da Paolo Mottana.

La seconda sera è lo stesso brano, che ora porti in corpo da un mese. Non lo analizzi: non è una lezione. Segui come i suoni si tengono l’uno con l’altro — la tensione che sale, il punto oltre cui non può salire più, il ritorno che si misura tutto sull’inizio. E a un certo punto le mille cose diventano una sola: senti il brano come un uno, e senti che la fine era già nella prima nota. Non hai imparato qualcosa sul brano. Sei diventato capace di sentirlo. Questo sguardo viene da Sergiu Celibidache, e me l’ha trasmesso Raffaele Napoli — dieci anni al suo fianco.

Due sere, due sguardi, un gesto solo. Tutti e due tolgono all’arte la parte che si compra e si mette in mostra, e ti restituiscono quella viva. Tutti e due cominciano sciogliendo quello che credevi di sapere, e finiscono riportando il molteplice a uno. Uno passa per l’immagine che sale, l’altro per la relazione che si chiude: ma è la stessa discesa e lo stesso ritorno. La stessa cosa che in Africa sanno da sempre — si scende, si torna, e tutto torna.

Cominciamo dall’acqua — dai fiumi ai laghi al mare. Poi, a poco a poco, gli altri elementi.

Per chi vive l’arte come la cosa più vera che conosce, anche senza darle un nome spirituale. Non per chi cerca un metodo rapido o un attestato da appendere: qui non si aggiunge niente, si toglie quello che copre.

vieni a sentire

Lo sguardo dell'immagine — Paolo Mottana

Paolo Mottana insegna all’Università di Milano-Bicocca, ma quello che porta qui non è accademico. Da una vita lavora su una sola idea: che un’immagine — un quadro, un film, un mito — non è fatta per essere spiegata, ma per cambiarci. La chiama pedagogia immaginale. Un’opera vera ha già distillato dentro di sé un’esperienza intera; a noi non tocca interpretarla, tocca restarle davanti finché comincia lei a guardarci. È il contrario del consumo: non prendi tu qualcosa dall’opera, è l’opera a prendere te. Il suo libro si intitola L’arte che non muore — perché l’arte simbolica non invecchia: ogni volta che qualcuno la riceve davvero, riaccade.

Lo sguardo dell'ascolto — Sergiu Celibidache e Raffaele Napoli

Sergiu Celibidache è stato uno dei più grandi direttori d’orchestra del Novecento — e per quasi tutta la vita ha rifiutato di incidere dischi. Non per capriccio: un disco è una cosa morta, e la musica è viva solo mentre accade, una volta, e non torna. Diceva che i suoni di un disco puoi anche ingoiarli, ma digerirli no. Ha speso la vita su una domanda sola: come un suono diventa musica. La sua risposta — la fenomenologia della musica — è che il suono, da solo, non è ancora nulla: diventa musica solo nella coscienza di chi ascolta, qui e ora, quando il molteplice si raccoglie in uno e si sente che la fine era già nell’inizio. Non un metodo per capire la musica: un modo di esserci. Raffaele Napoli è stato dieci anni al suo fianco. Non l’ha letto sui libri: l’ha ricevuto vivo, e lo trasmette vivo.