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l’immagine che vive

Un’immagine non vale per quanto somiglia. Vale per la sua portata simbolica: per ciò che lascia passare — la capacità di farti uscire da te e metterti in dialogo con le forze universali che compongono la vita.

Starle davanti così è ripercorrere il cammino di chi l’ha fatta: la discesa nella materia, l’affiorare del senso, la ricomposizione in una cosa viva. Vale per chi crea e per chi guarda — entrambi tornano a sé.

Un’opera non si possiede. Non si spiega, non si decifra, non si consuma. Vive per conto proprio, oltre il suo autore e la sua biografia — di cui non ci importa più nulla: è diventata simbolo, e come simbolo la leggiamo. Se la tratti come una cosa da capire resta morta — un oggetto in più, una copia che ha tutto e ha perso la vita. Torna viva quando smetti di volerla capire e la lasci accadere in te.

La incontri prima di sapere cosa sia. All’inizio perdi le tue certezze — non sai dove sei, e va bene: è la discesa. Poi lasci affiorare quello che affiora. Non cerchi un significato da appiccicare, perché chi ha fatto l’opera ci ha già messo tutto, distillato: è il tuo elisir, e a te tocca riceverlo, ripercorrendo al contrario il cammino che l’autore ha fatto. Il suo senso non si somma pezzo per pezzo: è già tutto lì, in una volta. Le immagini salgono da sole — il fiume, il buio, la corrente — non le imponi tu. Non capisci l’opera: ne vieni attraversato. Questo sguardo viene da Paolo Mottana.

E chi le ha fatte, quelle opere, non è morto del tutto. Paolo Mottana e Marina Barioglio hanno un nome per loro: mentori immaginali — maestri che non hai mai incontrato e che ti insegnano lo stesso, attraverso quello che hanno lasciato. Non sono figure da studiare: sono presenze che ti accompagnano, e se le tratti così ti rispondono.

Per chi sente il richiamo delle immagini e del simbolo, e vuole imparare a starci davanti senza ridurlo a decorazione.

Incontri periodici per artisti d’ogni genere e fruitori d’arte consapevoli — con la possibile partecipazione di Paolo Mottana.

Cosa si fa su un’immagine

Prima di guardare si dicono quattro cose ad alta voce. Sono l’unica regola della serata.

Fedeltà all’immagine. Si resta a ciò che l’opera è, non a ciò che ti fa venire in mente.

Arretrare nel giudizio. Né bello né brutto, né mi piace né non mi piace: si allentano insieme il biasimo e il compiacimento.

Estroflessione. Si esce verso di lei. L’opera è un altro, un soggetto — non una cosa da consumare.

Tenere insieme. Non si seziona. Si riceve l’intero.

Poi comincia l’arco, ed è di quattro momenti.

Visione. Si guarda a lungo e si perdono le certezze. Quello che credevi di sapere si lascia macerare, in silenzio, finché l’io che pensa smette di parlare.

Meditazione. Si trattiene l’immagine in una zona riparata, dove l’intelligenza non arriva a metterci le mani. È un’azione passiva, e va agita: qui è il corpo a diventare l’organo che guarda.

Circolazione. Le associazioni si rimettono in moto. L’immagine si disfa del senso letterale e si apre al simbolico — si scioglie e si rapprende, più volte.

Restituzione. Il flusso si arresta, i contrari si ricompongono per un momento. Ed è una sintesi provvisoria: non chiude, e può riprendere. Per questo qui nessuno dà un responso, e nessuno spiega alla fine cos’era l’opera.

È lo stesso arco che su un brano porta altri nomi, e chiede la stessa cosa: si disfa, si tiene, si mette in relazione, si lascia andare. → il suono che vive

Le tue idee non sono tue. Da dove arrivano?

L’idea che ti accende — la frase, il tema, l’immagine — non la fai: ti attraversa, ti prende, ti sceglie. Tre minuti, ascolta.

Lo sguardo dell'immagine — Paolo Mottana

Paolo Mottana insegna all’Università di Milano-Bicocca, ma quello che porta qui non è accademico. Da una vita lavora su una sola idea: che un’immagine — un quadro, un film, un mito — non è fatta per essere spiegata, ma per cambiarci. La chiama pedagogia immaginale. Un’opera vera ha già distillato dentro di sé un’esperienza intera; a noi non tocca interpretarla, tocca restarle davanti finché comincia lei a guardarci. È il contrario del consumo: non prendi tu qualcosa dall’opera, è l’opera a prendere te. Il suo libro si intitola L’arte che non muore — perché l’arte simbolica non invecchia: ogni volta che qualcuno la riceve davvero, riaccade.

Stessa domanda, altra materia

Un suono e un oggetto chiedono la stessa cosa, per altre porte. il suono che vive · l’oggetto che vive

E il lavoro che permette a qualcuno di farsi da parte è lo stesso che si fa su una persona. la via della vita