Da ragazzo venivo qui da solo. Restavo la notte, a guardare il lago dalla finestra. Non sapevo dire perché: questa casa aveva un’anima, e io non avevo ancora le parole.
Mia madre è nata tra queste mura. A ventidue anni si è sposata ed è andata via, in Val Trompia. Ma non se n’era andata davvero: negli anni ha ristrutturato la casa, stanza dopo stanza, perché voleva tornare a viverci. Non ha fatto in tempo. È mancata prima, e il piano terra è rimasto a metà.
Mi ha lasciato altre cose, senza dirmelo.
Sognava di viaggiare in Africa, e non c’è riuscita. Mi parlava di animismo, senza sapere cosa fosse — usava quella parola come si usa una parola sentita da qualche parte, e non l’ha mai spiegata. E mi aveva detto che avrei sposato una donna africana. Da giovane gli africani mi facevano paura. Non le ho creduto.

Il giro lungo
Sette anni fa questa casa stava per essere venduta. I miei fratelli non ci venivano mai e volevano disfarsene. Mio padre, finché c’è stato, la pensava uguale: per lui una casa sul lago vuol dire uscire e avere l’acqua davanti, e questa sta su una collina.
Io la sentivo mia più di quanto sentissi mia l’azienda. Erano due lasciti dei nostri genitori: quella l’avevano fondata loro, e noi fratelli la mandavamo avanti insieme. Ma era la casa, che mi teneva.
Nel frattempo io ne stavo costruendo un’altra, da zero, in Franciacorta. Un architetto bio-olistico, i mobili scelti uno a uno, l’idea di farne più di una casa — un alleato che sostenesse la mia strada. Ci ho messo anni, e alla fine ho capito una cosa che mi ha tolto il fiato: quello che stavo costruendo da zero, a Manerba c’era già. Con secoli di storia, per giunta: era dei miei bisnonni.
Poi sono uscito dall’azienda — anche per altri motivi — e l’ho rilevata. Ci sono venuto a vivere.
Cosa vuoi diventare
Restava il piano terra lasciato a metà da mia madre. Troppo grande per farne un appartamento, troppo piccolo per farne due. Sono rimasto fermo lì per un po’, poi ho fatto l’unica cosa sensata, quella che mi ha insegnato uno dei miei maestri: invece di decidere io, ho chiesto al luogo cosa volesse diventare.
Ha risposto tempio.
Con lo stesso architetto della Franciacorta ci siamo capiti subito: un centro. Poi è arrivato Calixte, e ha portato quello che progettava da anni.
Calixte Hountondji è uno sciamano togolese. Ha vissuto vent’anni in Italia, poi è tornato al suo villaggio, a Kpelé-Govié, e lì ha fondato il centro Agbemò — nella sua lingua, la via della vita. Una tradizione millenaria, in Italia ancora sconosciuta, alla quale io mi ero già iniziato e che avevo cominciato a praticare. Voleva un centro Agbemò in Italia. È diventato questo, e io ne sono il satellite occidentale.

Non l’abbiamo fatto da soli. Calixte ha completato l’attivazione degli spiriti del luogo, e gli spiriti si sono manifestati. Giada ha seguito l’orientamento degli spazi. Davide Dattola ha realizzato i disegni sulle pareti, su indicazione di Calixte.

Chi è arrivato
In quattro anni in queste stanze si sono presentati molti spiriti. Quasi tutti della tradizione africana, legati soprattutto all’acqua e alla terra, alcuni al fuoco e all’aria.
La sorpresa è stata Minerva. La divinità che governava il lago di Garda si è presentata, e qui ha preso dimora. Manerba porta il suo nome — e i suoi ulivi, e il suo sasso. Quel sasso, visto dal lago, ha la forma di un coccodrillo: la stessa figura che si era già presentata come guardiana di questa casa, dall’altra parte del mondo.
Cosa vive qui adesso
Il gesto è antico e concreto. Il Divino non sta in un cielo lontano: sta nell’aria che respiri, nell’acqua che bevi, nel fuoco che ti scalda, nella terra che ti sostiene. Non lavoro su quello che si vede e appassisce — radici, non fiori.
Sono sacerdote di una tradizione in cui si ha moglie e famiglia, in cui la vita nasce dal ritmo tra maschile e femminile, e in cui arte e spiritualità sono due facce della stessa cosa.

Da qui passano i consulti, i rituali, i percorsi e i ritiri; i viaggi ad Agbemò e la loro preparazione; i corsi di danza con Rosa. Accanto, il lavoro con chi crea — la mia musica e le immagini che mi hanno tenuto in vita per anni. Dalla tradizione africana portata dentro una casa italiana è nata la medicina dei luoghi, per le case e per i luoghi di lavoro. E da lì il passo alle imprese, che conosco da dentro, e ai paesi — che è poi la vocazione di Minerva, oltre che la mia.
Rosa, intanto, è arrivata dal Togo. È diventata mia moglie e vive qui.
Mia madre non ha visto l’Africa, non ha finito la casa, non ha spiegato quella parola. Ha lasciato tre cose aperte, e sono tornate tutte: l’Africa è qui, nella casa dove è nata; l’animismo l’ho scoperto, ed è il mio mestiere; la donna africana l’ho sposata.
Lei è tornata, in un’altra forma.
«I morti non scompaiono, cambiano solo forma.»
— Calixte
Le parole di Calixte
La tradizione non si spiega, si sente. Queste sono le sue parole, il giorno in cui questa casa è stata inaugurata.
Cos'è la spiritualità africana?
Non una religione: un modo di vivere in armonia con la natura, e nel rispetto delle sue leggi.
Dov'è Dio?
Non in alto, da qualche parte. Nell’acqua, nel fuoco, nell’aria che respiri, nella terra su cui cammini.
Perché ci chiamano animisti?
Se Dio è tutto e tutto è Dio, allora vive in ogni cosa: nell’albero, nell’acqua, nel fuoco.
È una spiritualità solo africana?
È universale. L’Africa è soltanto il luogo dove si è conservata, e dove il contatto è rimasto diretto.
E le bambole con gli spilli?
Quella è magia, ed esiste dappertutto — anche qui, fino a due generazioni fa. È un’altra cosa.
Chi la tiene
Una casa non si attiva da sola. Le due persone che la tengono, e da dove vengono. Chi siamo
Da leggere · Manerba, terra di Minerva