Le danze con Rosa
L’Africa che si danza
Sono cresciuta in Togo con questa musica nelle orecchie, questi ritmi nel corpo, questi colori sulle mani. Non l’ho studiata: è quello che facevo la mattina, quello che vedevo fare alle donne intorno a me, quello che suonava quando c’era qualcosa da celebrare o da attraversare.
Da noi la danza nasce per celebrare la vita e gli elementi della natura: la solidità della terra, la fluidità dell’acqua, la leggerezza dell’aria, la potenza del fuoco. Si balla a piedi nudi, per stare più vicini alla terra. C’è una danza per ogni momento della vita — per invocare la pioggia, per accompagnare chi se ne va, per pregare, per un matrimonio, per la raccolta, per un passaggio.
Tra la danza sacra e quella di festa la differenza è minima: gli stessi ritmi tornano nelle une e nelle altre, e a cambiare sono solo i passi e i canti. Per questo da noi si dice che in principio era il ritmo.
Nei miei corsi impari a ballare — ritmi Ewe, movimenti che appartengono a qualcosa di preciso, non esercizi ginnici. Impari le canzoni nella lingua in cui sono nate, i colori e come portarli sul viso e sul corpo, gli oggetti che accompagnano ogni danza, e a portare il peso sulla testa come si fa nei villaggi. Non ci sono livelli né classi: si parte dai passi e, insieme, un po’ alla volta, si compongono danze sempre più complesse.
Ho portato dal Togo tanti costumi: alla fine del corso li indossi anche tu, per lo spettacolo che chiude il percorso. Non è un corso di danza o di canto: è la vita di un villaggio africano, com’era prima che diventasse silenziosa.





