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il suono che vive

Un suono non è musica finché non risuona in te, una volta sola, qui. Da solo non è ancora musica: lo diventa in te, nel momento in cui lo lasci diventare. La musica sei tu.

Ascoltare così è ripercorrere il cammino che il compositore ha fatto: la tensione che ha attraversato diventa la tua, e l’opera si ricompone in te. Vale per chi la suona e per chi la ascolta — l’una e l’altra sono un ritorno a sé.

La consapevolezza musicale è l’ascolto secondo la fenomenologia della musica. Non un metodo per capire la musica: un modo di esserci. Per lasciarla accadere ci vogliono due sere, e un mese in mezzo — il tempo che serve all’opera per lavorarti dentro.

La sera dell’ascolto è lo stesso brano che porti in corpo da un mese. Non lo analizzi, e non c’è niente da aggiungere: il compositore ha già scritto tutto in partitura, a te tocca solo farlo vivere. Segui come i suoni si tengono l’uno con l’altro — la tensione che sale, il punto oltre cui non può salire più, il ritorno che si misura tutto sull’inizio. E a un certo punto le mille cose diventano una sola: senti il brano come un uno, e senti che la fine era già nella prima nota. Non hai imparato qualcosa sul brano: sei diventato capace di sentirlo. Questo sguardo viene da Sergiu Celibidache, e me l’ha trasmesso Raffaele Napoli — dieci anni al suo fianco.

E c’è una cosa che mi ha insegnato l’Africa, non l’Europa. Lì gli antenati non sono solo quelli di sangue: sono anche i maestri, quelli che ti hanno consegnato qualcosa. Da quando lo so, i compositori che amo non li chiamo più autori. Li chiamo per quello che sono — antenati, e maestri — e parlando con Rosa, per distinguerli da chi scrive oggi, li chiamo gli antichi.

Cambia il modo di stare davanti a un brano: non lo si studia, lo si onora. E quello che si riceve è dello stesso tipo di quello che si riceve da un avo.

Cominciamo dall’acqua — dai fiumi ai laghi al mare. Poi, a poco a poco, gli altri elementi. Dai seminari a Elementi e musica (la musica che restituisce gli elementi), alle carte La musica sei tu come soglia d’ascolto, mai come responso.

Per chi vive l’arte come la cosa più vera che conosce, anche senza darle un nome spirituale. Non per chi cerca un metodo rapido o un attestato da appendere.

Incontri periodici per musicisti e fruitori consapevoli — con la possibile partecipazione di Raffaele Napoli.

Cosa si fa su un brano

Prima che una sera accada, su quel brano c’è un lavoro. Non sono passi in fila: si torna indietro di continuo — si torna al materiale per trovare un nesso, si torna ai nessi per rapportare la parte al tutto. È un giro, non una scala.

Si disfa. Si tolgono le cose che si sanno: le esecuzioni che si hanno in testa, il gusto, l’idea di poterci mettere del proprio. Quello che impedisce di sentire non è l’ignoranza — è la maschera. I fatti musicali non si interpretano: si riconoscono.

Si tiene. Si resta. Si ascolta il brano per intero, più volte, senza fare niente. Nessuno commenta, nessuno spiega. Si sta il tempo che serve perché qualcosa cominci a darsi.

Si individua. Le opposizioni, le ripetizioni, gli intervalli. Dove due suoni si oppongono si accumula tensione: nel ritmo, nella melodia, nell’armonia, nel timbro, nell’intensità. Qui si lavora col bisturi: si scompone.

Questi tre gesti sono una cosa sola: la discesa. Dante attraversa l’Inferno prima di ogni altra cosa, e non per punizione: perché non c’è altro modo di conoscersi.

Si mette in relazione. Qui si intravede una luce: i pezzi che abbiamo staccato cominciano a chiamarsi fra loro. Il viaggio della tensione — dove sale, dove tocca il culmine, dove si distende. E il tempo: la velocità non è una questione di gusto, dipende da come questo suono si comporta in questa stanza, con questi strumenti, questa sera.

Qui la parola d’ordine non è più scomporre: è correlare.

Si suona. Si lascia andare tutto quello che si è raccolto. Si dimentica l’analisi, il segno sulla partitura, il numero di battuta: non serve più, è passata nel corpo, nel gesto, nel respiro dentro il gesto. Si passa da conoscere a essere. Resta solo l’opera.

È il solo momento che non si può preparare — si può solo aver preparato tutto il resto.

Quando un brano viene suonato così, in un luogo, non si accende solo l’opera: si accende anche il luogo — perché l’acustica di quella stanza è entrata nel lavoro, e quella stanza ha ricevuto un suono fatto per intero. È la ragione per cui un musicista consapevole, senza chiamarla così, fa anche medicina dei luoghi.

Lo sguardo dell'ascolto — Sergiu Celibidache e Raffaele Napoli

Sergiu Celibidache è stato uno dei più grandi direttori d’orchestra del Novecento — e per quasi tutta la vita ha rifiutato di incidere dischi. Non per capriccio: un disco è una cosa morta, e la musica è viva solo mentre accade, una volta, e non torna. Ha speso la vita su una domanda sola: come un suono diventa musica. La sua risposta — la fenomenologia della musica — è che il suono, da solo, non è ancora nulla: diventa musica solo nella coscienza di chi ascolta, qui e ora, quando il molteplice si raccoglie in uno e si sente che la fine era già nell’inizio. Raffaele Napoli è stato dieci anni al suo fianco: non l’ha letto sui libri, l’ha ricevuto vivo, e lo trasmette vivo.

Cosa succede quando un tamburo africano si ascolta come una sinfonia?

Unire i fiumi — Raffaele Napoli e Giuseppe Campa

La fenomenologia della musica su un brano tradizionale africano suonato da Giuseppe Campa (un omaggio agli antenati, dalla cultura del Mali): non si analizza, si sente.

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