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Non ho scelto Manerba. Ci ero già.

La Casa dell’Anima è in una casa di pietra nella frazione di Balbiana, sulla sponda bresciana del Garda. È la casa dove è nata mia madre, dal grembo di mia nonna, nello spazio che oggi è la stanza d’ingresso e che un tempo era la cucina. Da bambino ci passavo le estati. Non l’ho cercata: l’ho riconosciuta.

Un nome che viene da una dea

Manerba viene da Minerva. Non è una mia suggestione: l’Enciclopedia Bresciana lo dice chiaro — il nome non rimanda a “mano d’erba”, come vuole la leggenda popolare sulla porta della chiesa, ma al vicus Minervae, il villaggio del culto di Minerva, dea della sapienza e dell’olivo, attestata da lapidi trovate nel territorio. Nel IX secolo il paese si chiamava Minervae; nell’XI Manerva; poi Manerba.

E non è solo il nome. La zona intera si chiama Valtenesi — “valle di Atena”, la Minerva dei greci. La Pieve Vecchia di Santa Maria, secondo la tradizione, è sorta su un tempio pagano dedicato a Minerva. Una ricercatrice del Garda, Simona Cremonini, ha raccolto le testimonianze di un’unica antichissima divinità femminile che attraversava tutta la regione del lago — depositaria e garante dei patti — poi assimilata a Minerva, e i cui simboli sono l’ulivo e la civetta. Di ulivi, qui, è pieno.

E non finisce al lago. Di recente ho visitato il santuario di Minerva a Breno, in Valcamonica: lì si racconta la stessa storia che qui. I romani, arrivando, non cancellavano le divinità dei luoghi che trovavano — soprattutto quelle delle acque, le forze femminili legate alle sorgenti. Le riconoscevano, e davano loro un nome preso dal proprio pantheon. Quella forza locale, antica, diventava così “Minerva”. Lo stesso identico meccanismo è a Bath, in Inghilterra, dove la dea delle acque termali, Sulis, sotto i romani diventa Sulis Minerva: il nome nuovo sopra la forza antica. Da Breno a Bath, da un capo all’altro d’Europa, la stessa acqua sacra sotto nomi diversi. E quasi sempre, dove oggi c’è una dea romana o una santa, prima c’era un culto di acque più antico.

Personalmente immagino la dea sdraiata: il promontorio della Rocca, visto dall’isola di San Biagio, ha la forma di una figura distesa, con il Sasso di San Giorgio a fare il naso. È la sensazione che provo ogni volta che guardo quello spettacolo.

Lei si è fatta viva

Non l’ho cercata, Minerva. Quando ho aperto il centro e ho attivato le energie del luogo, si è fatta viva lei.

È questo il punto che voglio si capisca: il lavoro su un luogo con una storia antica non è portare qualcosa da fuori. È riconoscere quello che il posto è già — il suo nome, le sue forze originarie, le sue memorie — e dargli un centro perché possa esprimersi. Calixte, il mio maestro, ha vissuto qui anni e ogni mattina andava a parlare col lago: non lo vedeva come acqua, ma come una divinità. Mi ha restituito il mio lago. Mi ha insegnato a vedere come sacro proprio il luogo su cui ero nato.

L’eredità che ho onorato

Aprendo la Casa ho realizzato compiti che mi porto nel sangue. Mia nonna, devota, avrebbe voluto prendere i voti, se non fosse nata mia madre. Mia madre sognava due cose: tornare a vivere a Manerba, nella casa dove era nata e che aveva tenacemente conservato e ristrutturato, e visitare l’Africa per conoscere l’animismo. Non ha fatto in tempo a realizzare né l’una né l’altra: ha lasciato il corpo prima.

In un certo senso, l’Africa più spirituale è venuta qui, nella casa dove lei è nata. Ho pacificato le rinunce di due donne: la vita mistica a cui mia nonna aveva rinunciato per fare una figlia, il ritorno e l’Africa che mia madre non ha fatto in tempo a vivere. Si smette di lottare con i propri antenati quando si continua ciò che hanno cominciato.

Cosa significa per chi ha uno spazio

Manerba è la storia di ogni luogo che ha un’anima preesistente. Un hotel su un terreno antico, uno studio dove prima c’era altro, un’attività in un palazzo che ha attraversato generazioni — ogni posto con una storia lunga porta qualcosa che precede chi lo abita oggi.

Quella forza non si crea: si riconosce. E quando viene riconosciuta e attivata, il luogo smette di essere uno sfondo e comincia a tenere — a trattenere le persone, a generare l’atmosfera che nessun progetto d’arredo sa produrre. Il nome di un posto, la sua storia, le immagini che lo dominano non sono casuali: raccontano quale forza lo abita. Ascoltarla è il primo gesto. Darle una casa è il secondo.