per chi riceve persone nel proprio studio
«A fine giornata sono svuotato, e non è la stanchezza del lavoro.»
«In quella stanza entra di tutto, e non esce mai niente.»
«Ho cambiato studio due volte, e mi ritrovo sempre allo stesso punto.»
per chi riceve persone nel proprio studio
«A fine giornata sono svuotato, e non è la stanchezza del lavoro.»
«In quella stanza entra di tutto, e non esce mai niente.»
«Ho cambiato studio due volte, e mi ritrovo sempre allo stesso punto.»





Chi entra da te porta quello che ha: il dolore, la rabbia, la paura, la cosa che non ha detto a nessun altro. Tu la ascolti e la tratti — ti sei formato anni per farlo, e hai i tuoi modi per non portartela a casa.
La stanza no. La stanza prende e basta. Ogni giorno, per anni, negli stessi quattro metri.
Uno studio non è una stanza qualsiasi: è una soglia. La sua funzione è far entrare qualcuno che fuori non entrerebbe, e riconsegnarlo alla propria vita quando esce. Ogni soglia, in ogni tradizione, ha qualcuno che la tiene — che filtra ciò che passa e lascia fuori il resto. Nella mia si chiama Legba, e si insedia: gli si dà un luogo alla porta, e da lì fa il suo lavoro.
Non è una metafora sulla protezione. È il mestiere più antico che esista, applicato all’unica stanza della tua vita professionale che nessuno ti ha insegnato a curare.
Quello che entra deve anche uscire. Un luogo che riceve e non scarica si satura, e la saturazione non si vede: si sente. Si sente in te, che esci più stanco di quanto giustifichi la giornata. Si sente in chi arriva, che in quella stanza fatica ad aprirsi e non sa dire perché. Si sente nella sala d’attesa, dove la gente si innervosisce da sola.
Si pulisce. Non una volta per sempre — con la periodicità che quel lavoro chiede, come si fa con ogni luogo che lavora.
Vengo e ascolto il luogo: cosa ci arriva, cosa ci resta, com’è fatta la soglia. Poi si fa il gesto che serve — si toglie ciò che si è depositato, si insedia il guardiano alla porta, e quando è il momento si congeda quello che va congedato.
Sono gli stessi gesti che faccio su una casa, su una stanza che lavora.
→ La medicina dei luoghi
Quando si chiama
E chi tiene lo studio è una persona anche lui. Se il filo l’hai perso tu, si comincia da un incontro: il consulto.
Vieni a sentire.
Se il luogo in cui accogli non è uno studio ma una struttura dove le persone si fermano → Il luogo in cui accogli
Se il problema è come si mostra la tua attività e non la stanza → L’anima del negozio
N.B.: Le attività proposte non si sostituiscono al lavoro di medici e psicoterapeuti poiché non considerano, non trattano e non si pongono come obiettivo la risoluzione di patologie e sintomi di stretta pertinenza medico/sanitaria (leggi di più nel disclaimer).
Da leggere · Gussago, la prima casa con un’anima