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l’oggetto che vive

Un oggetto può essere destato anche se chi l’ha fatto non ne sa niente.

Di un’opera viva si dice che sta fuori da chi l’ha fatta. Per un oggetto questo ha una conseguenza pratica, e cambia tutto: l’oggetto ha uno statuto suo. Il rito lo riguarda come cosa, non come firma.

Un fiore, un anello, un manufatto possono essere destati indipendentemente dal loro autore — anche se quell’autore non ha mai ricevuto un rito in vita sua, e non ne vuole.

Serve però che quella mano abbia fatto un cammino. Un oggetto nato da un gesto vuoto non ha niente dentro da destare: si può versare solo su ciò che era già capace di contenere.

Non serve essere artisti. E non serve essere morti.

Un fiore di Edmonda — La Rocca in FioreUn manufatto in argento di Davide

Un fiore di Edmonda. Un argento di Davide.

Cosa passa di qui, e cosa no

Il filtro è uno solo: unico contro seriale.

Un fiore composto a mano per quella persona e per nessun’altra. Un argento forgiato uno per volta. Un prodotto che porta ancora addosso il gesto di chi l’ha fatto. Sì.

Quello che esce identico a diecimila altri, dove la mano non c’è più. No — e non perché valga meno. Perché lì non c’è niente da destare.

Vale anche per un’impresa: se quello che fa è ancora unico, il suo prodotto può diventare un’opera che vive. Se invece quello che ha smesso di respirare è lo spazio — il capannone, il negozio, la sede — allora la strada è un’altra. La medicina dei luoghi lavora sul luogo; qui si lavora sull’oggetto.

Due mestieri, non uno

Chi fa il fiore fa il fiore. Chi forgia forgia. Io non entro nel mestiere di nessuno: l’oggetto resta suo, il nome resta suo, il prezzo resta suo. Solo, ora è vivo.

Nella pratica: Fiori con un’anima con Edmonda. Gioielli con un’anima con Davide. E si può aprire con chiunque lavori così.

E se lo devi donare

Un dono non è la cosa che dai: è il gesto che ci metti dentro. Un oggetto destato continua a dirlo per anni a chi lo riceve, anche quando tu non ci sei più a spiegarlo.

Per chi crea con le mani, e per chi cerca un dono che non resti una cosa in più.

Perché un oggetto può «vivere»

Nella tradizione animista il sacro non sta altrove: si versa sulla materia — l’acqua, la terra, il fuoco — e la materia risponde. Un oggetto non è mai solo un oggetto: è lo scrigno di un senso, e con il rito quel senso si desta. Non gli si aggiunge niente dall’esterno: si riapre ciò che già poteva contenere.

E se invece l'oggetto è per una persona sola

Allora non è più questa strada. Un segno inciso nell’argento e consacrato al nome di qualcuno non è un oggetto che vive per conto suo: è un rito fatto su una persona, e l’oggetto ne è solo il resto che si porta addosso. Si legge lì → Il rituale di espansione.

Stessa domanda, altra materia

Prima dell’oggetto ci sono un suono e un’immagine. il suono che vive · l’immagine che vive

E chi lavora così con le mani, prima o poi arriva a una domanda che non riguarda più l’oggetto. l’artista-sacerdote