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l’artista-sacerdote

C’è un gesto che era tuo, e non lo senti più. Oppure un gesto che non hai mai osato. Una volta creavi, e a un certo punto è diventato mestiere, prestazione, silenzio. Non è finito il talento: si è coperto.

Rublëv, prima di dipingere l’icona che non muore, attraversò una lunga crisi — il silenzio, il dubbio, il buio — e solo dopo tornò all’opera. È il modello dell’artista che intendiamo: non chi ha talento, ma chi accetta il travaglio che precede l’opera vera. Sotto nomi diversi è sempre quel passaggio — Chartkov e Ivanov nel Ritratto di Gogol; Tolstoj, e il Maestro di Bulgakov, che rinunciano al proprio nome per rinascere: «non ho né padre né madre — il cielo è mio padre, la terra mia madre». Parliamo di Rublëv per parlare di tutti.

Rublëv — la Trinità

Creare vivo chiede qualcosa a chi crea. Chi, in Africa, scolpisce le divinità o prepara i vodu, nei giorni del lavoro osserva regole strette — non beve, non fuma, si tiene puro. Davide, mentre dipingeva sui muri della Casa, si è astenuto dal sesso e da certi cibi. Non è disciplina, ed è il contrario della privazione: è togliere il velo, farsi pulito perché quello che passa nella materia sia pulito. L’artista e il sacerdote, qui, sono la stessa persona — nella tradizione ewe lo sono da sempre.

Questo passaggio non si insegna: si attraversa, e si può ripercorrere. Si rimette al sacro il problema, ed è il rituale. Si scende nella materia, dove tutto è ancora scomposto e in tensione — è la morte interiore, il buio. Poi si risorge, e affiorano le idee, i nessi che prima ti sfuggivano. Infine si entra nel flusso, e l’opera si compone qui e ora, nel gesto e nel suono. Qualunque opera sia.

Giardino zen

C’è chi, per cercarsi, parte e non torna. Questa via fa il contrario: si scende, e si torna. Il ritorno è tutto — è lì che il gesto torna abitato, e tutto torna al disegno che eri venuto a vivere. Chi ha fatto la discesa e la risalita crea diverso: sente più di prima. Edmonda, che compone fiori, sente dalle mani se tra lei e chi riceverà il mazzo la cosa scorre o s’incaglia — e quasi sempre ha la conferma di ciò che aveva sentito. Enam, che canta. Rosa, che danza. Vale allo stesso modo per l’artista e per l’artigiano: chi versa lo spirito su un suono, un colore, l’argilla, l’oro, i fiori. L’opera, allora, porta dentro qualcosa di pulito — e chi la riceve lo sente.

E c’è un caso in cui l’opera non resta nell’oggetto: si suona per un luogo. Non per chi ascolta — per la stanza, per la casa, per l’acqua. Un brano scelto e portato fino in fondo fa su un luogo quello che farebbe su una persona, e chi c’è sta dentro mentre accade. È il punto in cui l’artista-sacerdote smette di essere una figura e diventa un mestiere.

Un bouquet di Edmonda — La Rocca in Fiore

E c’è un modo di rifare la strada al contrario prima di farla in avanti. Stare davanti a un’opera compiuta e seguirne i passaggi a ritroso — dove sale la tensione, il punto oltre cui non può salire più, il ritorno che si misura tutto sull’inizio. Chi ascolta li riconosce. Chi crea li costruisce. È la stessa cosa nei due versi, ed è per questo che si impara su una materia che non è la tua. → L’arte che vive

Non un metodo: un ritorno. E la strada è quella della vita — il consulto che legge il tuo disegno, i rituali, fino al viaggio alle radici, in Africa, dove il gesto si tocca alla sorgente. → cosa si fa su una persona

Chi la porta. Io e Rosa. Faccio rituali per qualunque cosa vada creata — la musica, la composizione, l’esecuzione, lo studio: rimetto al sacro il problema e lascio che l’opera si componga. Si crea come si prega. Per Rosa è spontaneo: è cresciuta dove al principio era il ritmo, dove uno stesso ritmo muove la danza popolare e quella sacra, e danzare è già un’offerta — alle divinità, all’elemento sacro della natura dentro di noi. In lei cultura e sacro non si sono mai separati. Creare, qui, è già un rito.

E c’è chi ha talento e si perde lo stesso. Chi suona per farsi sentire bravo invece che per far parlare il pezzo: il virtuosismo al posto della verità, e il pubblico se ne accorge senza saper dire cosa manca. E chi ha barattato il gesto per il denaro — fa cose corrette, ne fa tante, e dentro si è spento. È il caso di Chartkov, ed è il più comune di tutti.

Non solo chi fa arte.

Un’opera è la forma più visibile di questa cosa, non l’unica. Tutto quello che si è detto fin qui vale ogni volta che qualcuno fa quello che già fa — ma lo fa in linea con la propria natura. E allora gli riesce senza doverci pensare, e chi riceve lo sente.

Prende forme diverse, e sono tutte la stessa.

Chi dipinge l’icona — e non la firma, perché l’opera non deve parlare di lui.

Chi esegue l’opera di un altro e si mette dietro: fa parlare il pezzo invece di farsi sentire bravo. Non è modestia, è fedeltà — ed è più difficile che comporre.

Chi accompagna qualcuno in un passaggio e poi si fa da parte. Un maestro, una guida: tiene la porta mentre un altro attraversa, e il merito resta a chi ha attraversato.

Chi compone fiori, chi lavora l’oro, chi cucina, chi costruisce. La materia cambia, il gesto no.

Chi guida una bottega o una squadra come si dirige un’orchestra: non a comando, ma tenendo il tempo di tutti.

In ognuna, la stessa cosa: a un certo punto ha smesso di metterci sé stesso, e nel posto lasciato vuoto è entrato dell’altro.

E qui c’è quello che distingue questa figura da chiunque altro faccia bene il proprio mestiere. Un’opera continua a lavorare anche quando chi l’ha fatta non c’è più. Non è il talento a fare l’artista-sacerdote, e non è nemmeno il mestiere: è che il suo gesto lascia qualcosa che resta al lavoro dopo di lui.

Un’opera non è la cosa vera. È il posto dove la cosa vera si vede meglio.

La cosa vera è una persona tornata al proprio disegno — e quella non si può mostrare a nessuno. L’opera sì, e per questo la usiamo: è l’eredità, ed è visibile.

Per chi vuole indietro il proprio gesto — che sia un’opera, un mestiere, o un modo di stare al mondo. Non per chi cerca l’ispirazione garantita, o l’arte come status.

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