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Alla Casa si entra scendendo. L’ingresso è più in basso della strada: prima di salire, si va giù. Non l’ho deciso io per fare un simbolo — la casa era già fatta così. Ma è la prima verità del posto, e vale per tutto quello che ci succede dentro. La prima stanza la chiamo il mare: c’è un pozzo, e c’è Adzakpa, il coccodrillo, che fa da tramite tra l’acqua e la terra. È lì che si comincia. Dal basso.

Lo so perché è la mia storia. Da bambino, a scuola, l’insegnante ci fece ascoltare i Quadri di un’esposizione di Musorgskij, e io li riconobbi tutti a orecchio, uno per uno. Quello era il mio linguaggio, la musica, senza dubbi. Poi a quattordici anni, al test attitudinale, scrissi che mi interessava anche la gestione aziendale — per compiacere mio padre, che con mia madre un’azienda l’aveva costruita partendo da operai. Avevo il talento, e l’ho consegnato io, con le mie mani, per amore. C’è un racconto di Gogol che parla di un pittore, Chartkov, che il suo talento lo vende per la vita comoda, e a poco a poco si spegne fino a non saper più dipingere. È una storia che conosco dall’interno. Con una differenza: a me il talento non l’ha comprato nessuno. L’ho dato via.

Da lì, anni di fughe verso est. L’Estonia non era un capriccio: era l’unico posto in Europa dove studiare russo sul serio, a Tartu, e lì ho scritto una tesi sul simbolo — su come si fa a dire ciò che non si lascia dire dritto. È buffo: quel filo, cominciato trent’anni fa con la semiotica e la musica russa, arriva intatto fino all’oracolo africano che consulto oggi. Ma allora non lo sapevo. Mi credevo libero, uno studente finanziato dai suoi che gira il mondo. In realtà era un viaggio verso il fondo travestito da viaggio verso l’alto: credevo di salire, ed ero in un pozzo. Sono passato attraverso i miei demoni — il denaro, la famiglia, la voce che ripete «di musica non si vive».

E poi è arrivata la discesa vera, quella che non scegli: la morte di mio padre, una caduta, il fondo. C’è una legge che ho imparato lì, non sui libri: il seme deve morire sotto terra, al buio, prima di poter germogliare. Nessuna scorciatoia. Prima il nero, poi il verde. E in fondo, come in ogni pozzo, ho trovato l’acqua: una lezione di danza africana capitata per caso, un maestro — Calixte — e questa casa di pietra sul lago, dove era nata mia madre. La casa mi ha rimesso in piedi. Io ho finito di rimetterla in piedi. Siamo pari.

Da lì sono risalito, ma con qualcosa in mano: una via antica, ricevuta da un maestro vero, e attraversata sulla mia pelle prima che sui testi. Solo che risalire con qualcosa in mano non è mai indolore — chi porta una cosa così alla luce trova subito chi vorrebbe rispingerla nel buio. Ma questa è un’altra pagina.

Dico tutto questo per una ragione sola. Chi arriva alla Casa, spesso, è in un suo nero. Non per forza una crisi: a volte solo la sensazione di vivere una vita che non è del tutto la propria. Va bene così. Il nero non è la fine di qualcosa. È il posto da cui parte tutto. Il seme lo sa, e lo sa l’ingresso di questa casa, che prima di lasciarti salire ti chiede di scendere.

Se sei in un tuo passaggio e vuoi capire da dove si riparte, scrivimi. Con calma, senza che io ti rincorra.

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