La parola fato ci mette a disagio. Suona come una condanna, qualcosa di scuro che incombe e a cui non puoi sfuggire. Lo sentiamo perfino nella nostra musica: ci sono grandi sinfonie sul destino in cui il fato torna a bussare alla porta, cupo, annunciato dalle trombe, come una sentenza. Sono bellissime, ma raccontano uno stereotipo. La verità, ho imparato, è il rovescio esatto.
Il fato non è una condanna: è un disegno. Un’immagine che ti vede realizzato, contento, al tuo posto. È quello che la tua anima ha scelto di venire a vivere in questa vita — e per riuscirci si dà da fare, perché l’anima non vuole la tua infelicità, vuole l’opposto. C’è un mito greco che lo racconta bene: prima di nascere, le anime scelgono la propria vita. E dall’altra parte del mondo, in Africa, si racconta la stessa identica cosa: l’anima, prima di venire al mondo, si inginocchia davanti al creatore e riceve il suo disegno — il suo Ori — alla presenza dell’oracolo, del Fa. Non te lo impone nessuno. Lo scegli tu, prima ancora di avere un nome. E ti viene dato un compagno segreto perché non lo perdi di vista: i greci lo chiamavano daimon, i latini genius, i cristiani angelo custode. Nomi diversi per la stessa presenza — quella che ti tira, sottovoce, verso ciò che sei.
Allora cos’è che ci fa soffrire, se non il fato? Il condizionamento. Il copione che ci cuciono addosso il posto, la famiglia, l’epoca in cui nasciamo — pezzo per pezzo, finché non ce lo sentiamo talmente nostro da difenderlo. È quello che ci allontana dalla nostra unicità e ci fa vivere una vita che non è la nostra. Il fato ci renderebbe felici; è il condizionamento a renderci infelici. E il lavoro, alla Casa, è tutto qui: togliere ciò che ci ha spento, per tornare al disegno. Non lottare contro il proprio destino — smettere di lottare contro la propria natura.
C’è un ostacolo, però, e siamo noi stessi. La testa vuole tenere tutto in pugno: programmare, prevedere, controllare. E proprio così ci imprigiona, perché ci consegna al sistema che ci vuole prevedibili. C’è un detto che lo dice in tre parole: quando l’uomo fa i programmi, Dio ride. L’anima segue altre leggi — quelle del cuore, dell’istinto, della natura, del mito — che alla mente sfuggono. Nella mia vita questo è arrivato quasi sempre attraverso il femminile: quello che entra senza chiedere permesso e ti scompiglia i piani, e che non devi combattere ma riconoscere. Ogni volta che ho creduto di avere tutto sotto controllo, la vita ha riso, e per fortuna.
Non è teoria. Anch’io ho vissuto dentro un copione già scritto — l’azienda, la villa, gli arredi giusti, e nel programma una famiglia regolare come quella dei miei fratelli. Quella famiglia, per fortuna, non è mai arrivata, perché è entrata una persona a rompere lo schema. E il richiamo della vita comoda non è un nemico che ho sconfitto una volta per tutte: lo sento ancora oggi, a strati. Per questo posso parlarne a chi lo sta vivendo — non da chi ha vinto, ma da chi combatte la stessa battaglia.
Il modo per conoscere il proprio disegno, qui, non è pensarci su: è consultarlo. Si consulta l’oracolo — con lo specchio, le conchiglie, il Fa — e ciò che ne esce parla di te, di chi sei sotto le attese degli altri. Non è psicologia, non ti chiedo come dormi: è una porta che si apre solo a mente sgombra. E quando la porta si apre, arriva una pace strana, che non toglie i problemi ma toglie la guerra: conoscere il proprio fato è già la pace, perché smetti di combattere te stesso. È la differenza tra remare contro corrente e lasciarti portare esattamente dove volevi arrivare fin dall’inizio.
Se vuoi guardare il tuo disegno da vicino, scrivimi. Si parte da una conversazione, e si sente.



