Il nome
Manerba viene da Minerva.
Detta così sembra una curiosità da cartello turistico. Invece è la cosa più importante che si possa sapere di questo posto — a patto di andare a vedere da dove viene Minerva, che non è quello che si pensa.
A cento chilometri da qui, in Valle Camonica, a Breno, c’è un santuario scavato e visitabile. I romani ci hanno costruito un tempio all’inizio del primo secolo, con fontane e vasche nelle stanze laterali, e lo hanno dedicato a Minerva. Ma il tempio non è la prima cosa che c’è stata lì. Sotto e prima, dal quinto secolo avanti Cristo, c’era già un luogo di culto — recinti di pietre, un rogo votivo — e stava lì per una ragione precisa: davanti a una grotta da cui usciva una sorgente.
Cinquecento anni prima dei romani, qualcuno aveva già capito che quel posto serviva a qualcosa, e ci andava per quello.
Quello che hanno fatto i romani non è stato portare una dea: è stato darle un nome. Hanno riconosciuto il culto che c’era, hanno cercato nel loro pantheon la divinità più somigliante a quella del posto, e hanno scritto Minerva sopra una cosa che era lì da cinque secoli.
E si vede che sapevano cosa stavano riconoscendo, perché a Breno le hanno affiancato l’attributo di Igea, protettrice della salute: non una dea qualunque, ma quella che descriveva meglio ciò che quell’acqua faceva.
E non è successo solo qui. A Bath, in Inghilterra, i celti veneravano Sulis, dea delle sorgenti che curano. I romani sono arrivati e hanno fatto la stessa identica cosa: Minerva Sulis. Due volte in due capi d’Europa, sempre davanti a un’acqua, sempre con lo stesso gesto — non portare un dio, ma dare un nome a quello che c’era.