Skip to main content

Sono andato a Breno, in Valcamonica, a vedere il santuario di Minerva. Ci sono andato perché a Manerba, dove vivo e dove ho aperto la Casa dell’Anima, il nome del paese viene da Minerva, e volevo capire se la storia che sento sotto i piedi al lago fosse solo la mia, o fosse scritta da qualche altra parte.

È scritta. A Breno la scrivono gli archeologi, sui pannelli, in pietra.

Ingresso del Santuario di Minerva a Breno

Quello che c’era prima del nome

Vasi rituali presso la sorgente di Breno

Il tempio romano di Minerva, a Breno, sorge dove sgorga una sorgente. L’acqua esce dalla roccia e da sempre quel punto è stato sentito come sacro.

Prima dei romani, molto prima, i Camuni salivano fin lì, attingevano l’acqua per le offerte, bevevano e spezzavano i bicchieri di terracotta come gesto rituale. Ne hanno ritrovati a migliaia. Il loro altare era in uso dal VI secolo avanti Cristo. Cinque secoli prima che a qualcuno venisse in mente il nome “Minerva”. Era un santuario dei Camuni, con i suoi fuochi e le sue offerte, molto tempo prima che a queste montagne arrivasse un legionario.

Poi arriva Roma. E qui c’è la cosa che sono andato a vedere. Roma non cancella la divinità che trova. Le mette sopra un nome preso dal proprio pantheon, e la chiama Minerva. Ma — dicono i pannelli, non lo dico io — il culto indigeno continua per quasi cent’anni accanto a quello nuovo, e sull’altare antico i fuochi restano accesi. Il nome nuovo sopra la forza antica. La forza antica che non si spegne.

Sul pannello c’è una frase che mi sono riletto tre volte: sopravvive in Minerva l’antica divinità indigena.

La stessa acqua, sotto nomi diversi

Non è un caso di Breno. È il meccanismo. A Manerba il nome viene dal vicus Minervae, e sotto la Minerva romana, lungo tutta la regione del lago, c’era un’unica divinità femminile antichissima, legata alle acque. A Bath, in Inghilterra, la dea delle sorgenti termali si chiamava Sulis: i romani la chiamarono Sulis Minerva, e andarono avanti. Da un capo all’altro d’Europa, la stessa acqua sacra, lo stesso gesto: dove passavano, riconoscevano la forza del luogo — soprattutto quella delle sorgenti, femminile — e le davano un nome loro. E quasi sempre, dove oggi c’è una dea romana o una santa, prima c’era un’acqua.

Il pannello del santuario

Quello che siamo andati a perdere

La statua di culto di Minerva a Breno

La statua di Breno è una Minerva Risanatrice. Una dea che guarisce, nata da una sorgente. Tenetela un momento in mente: guarigione e acqua, la stessa cosa, lo stesso punto sulla roccia.

Poi il fuoco sull’altare, a un certo punto, si è spento. Non a Breno soltanto: dappertutto. L’Europa ha smesso di parlare ai suoi luoghi. Ha tenuto le pietre, i nomi, le chiese sopra i templi, e ha perso il gesto — quello di riconoscere che una sorgente è qualcuno, non qualcosa.

Quel gesto, altrove, non si è mai perso.

La radice che torna

Il mio maestro, Calixte, viene dal Togo, dalla tradizione animista Ewe. Ha vissuto degli anni qui, sul mio lago. Ogni mattina andava a parlare con l’acqua: non la guardava come acqua, la trattava come una divinità. Mi ha restituito il mio lago. Mi ha insegnato a sentire come sacro il posto su cui ero nato.

Non ho portato l’Africa a Manerba per metterci sopra qualcosa di esotico. Ho ricevuto dall’Africa l’unica cosa che qui avevamo smesso di saper fare: riconoscere la divinità di un luogo, e ridarle un centro perché torni a esprimersi. La forza non si crea e non si importa. Si riconosce.

E c’è la cosa che più mi ha colpito. I Camuni salivano a quella sorgente, attingevano l’acqua, la offrivano, spezzavano i vasi di terracotta: i luoghi, i modi, gli strumenti di quei rituali li ho ritrovati vivi, oggi, nella tradizione in cui mi sono formato — non letti su un pannello, praticati. Non lo dico da archeologo: lo dico da chi quei gesti li fa. Le pietre di Breno, altrove, sono ancora vive.

Breno, per me, è la prova. La prova che sotto il nome c’era già qualcuno. La prova che quel qualcuno resta acceso più a lungo di quanto crediamo, sotto la superficie, ad aspettare che uno torni ad accendere il fuoco. È questo la medicina dei luoghi: non una teoria che ho letto, ma un fuoco che a Breno hanno datato al VI secolo avanti Cristo, e che non è mai stato spento del tutto — solo dimenticato.

Per chi vuole andare alla radice di questo gesto — come un oggetto prende vita.

Se hai un luogo che porta una storia più lunga di te — una casa di famiglia, uno spazio antico, una terra con un nome che non sai da dove venga — quella storia non è finita. È solo coperta.