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Le forze che l’orchestra sente prima di te

Conduci un’impresa, o una squadra. Tieni il tempo, dai la rotta secondo la tua visione — e più quella visione si muove da sola, più corre un rischio che nel piano non è scritto: offendere forze che non vede.

James Hillman, che ha fondato la psicologia archetipica, lo dice senza giri: esistono poteri del tutto indipendenti dall’azione umana. Sembrano remoti dal governo, dal business, perfino dalla psicologia. Si raggiungono con i gesti e con i riti, non con la volontà. Le idee di potere fondate solo sull’agire umano si arrendono davanti a questo ritorno: sono i poteri là fuori — nei luoghi, nelle cose, nelle persone che dirigi — che chiedono attenzione, e un’immaginazione del comando più fine di quella che ti hanno insegnato.

Il maestro africano Malidoma Somé scriveva che nessuno realizza nulla che non sia in linea con gli dèi. Non serve molto: una piccola invocazione all’inizio e alla fine della giornata, mettere nelle mani delle forze quello che fai. In quel gesto le cose si fanno meglio — perché in ciò che fai è implicato qualcosa di più di te soltanto.

Non è resa, è un’altra idea di comando: non a comando, ma tenendo il tempo di tutti. I poteri sottili che riconosci ti collocano nello stesso momento come chi apre la strada e come voce di forze più grandi. Sei come il seme di uno spirito comune, che dà parola a una volontà più ampia della tua — il noi da cui l’impresa torna viva.

La tua visione resta. Ma smette di dirigere da sola: diventa il centro che tiene accordati tutti gli altri.

Come si tiene viva un’impresa senza spegnerla — la forma, lo sguardo di chi guida, la radice: L’orchestra ben temperata.